Il cuore del problema e l’ossobuco al dragoncello

Che ne dite di questo ossobuco, a cui qualcuno ha mangiato il cuore prima che io potessi fotografarlo? Direttamente dalla pentola, a tre minuti dall’impiattamento, passa mio padre e se lo pappa, apologizzando poi con la mitica frase “Non avevo capito che dovevi fotografarlo…”. Ma del resto qual migliore e sottile metafora della vita è racchiusa in questo ossobuco: non sai mai quando e come ti porteranno via il cuore. Ho messo il mio cuore in un barattolo e l’ho spedito via. Molto lontano, in realtà, e vivo in attesa che me lo riportino. Oltretutto, sto passando un novembre pessimo, perennemente ammalata, con la sveglia a un orario da malati di mente, la ceretta non fatta, una testa che sembra un pavone, narcolessie pomeridiane e paralisi notturne: ma va tutto bene! Del resto ho imparato che in questi momenti in cui vorrei solo spaccare tutto la situazione non può che migliorare.

In questi momenti di psicodramma esistenziale non c’è miglior rimedio che provare a fare qualcosa di nuovo: allora ossobuco, cucinato per la prima volta e devo dire con eccellenti risultati. Morbido al punto giusto e saporito, cucinato in bianco con qualche foglia di dragoncello a regalargli un profumo unico.

Provate a farlo, intanto: alla prossima puntata, appena compro il forno, vi racconto di casa nuova e lavoro nuovo 🙂

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Sturm und Drang. Il post dei farewells.

C’è tutto un intreccio di storie su Berlino che non sto qui a raccontarvi. La trama si conclude con una ragazza che compra un biglietto di sola andata, casomai il luogo si rivelasse tanto ameno da decidere di fermarsi per un po’. Poi c’è la questione Parigi, che la ragazza ha già visto tante volte ma che conserva sempre il suo fascino, fosse anche solo perché muore dalla voglia di bere una birra sui canali con la sua amica del cuore. Ci sono gli amici che non vede da un po’, e un paio di città italiane da vedere assolutamente. E’ che durante le sue notti insonni la ragazza si è resa conto di avere una libertà così sconfinata di fare quello che vuole adesso, in questo precisissimo momento della sua vita, che sarebbe uno spreco immane non usarla. Così la ragazza saluta tutti e sparisce per un po’. Potrebbe decidere di portarsi dietro il PC e scrivere da dove si trova, oppure non scrivere niente e lasciarsi solo ispirare. Per la ragazza è tempo di coltivare novità, sopra ogni cosa. Lo ha capito il giorno che si è accorta che non cucinava e non fotografava più. Allora la ragazza decide che è tempo di perdersi per qualche via che non conosce, di trovarvi l’inaspettato, di formulare pensieri gioiosi. Di perdere il filo del discorso per un attimo. La ragazza ha fatto tante cose nell’ultimo anno, ha asfaltato la sua vita e l’ha ricostruita da capo, e ora è un pochettino stanca. Niente è sopravvissuto della sua vita di prima e niente rimpiange. Deve gettare il cuore oltre l’ostacolo e così decide di fare quello che sa fare meglio: fuggire. La ragazza allora passa notti su Skyscanner perché vuole viaggiare low cost, cerca contatti, studia percorsi, incastra le agende. La ragazza vuole partire con una valigia e tornare con due. A un certo punto, si tinge i capelli di viola. La ragazza sa di avere una tempesta dentro ma non sa come acquietarla. Così decide di partire, e lascia detto che prima o poi torna. La fine, del resto, non è che l’inizio.

Galette mela e cannella

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“Ogni parola ha conseguenze. Ogni silenzio anche.”

J.P. Sartre

Resto allacciata al peso specifico di un silenzio necessario. Ad una foto ingiallita appesa al muro degli anni di noi. Ai piccoli oggetti e le carte, all’arte mai appresa di lasciarsi. Se per fare un passo in avanti si debba perdere per un attimo l’equilibrio è questione su cui non so dire se non che la ritrovo nella grana grossa di un mazzo di carte gettato sul tavolo, di un puzzle mai finito e infine distrutto. Il peso specifico delle parole necessarie. Riorientare il corpo, conoscere lo spazio, sentire le zone d’ombra con un brivido sul primo tramonto di Marzo. Cercare la luce adatta a inventare la storia. Scegliere quale parte reclama l’urgenza di essere. Passare un colpo di spugna sulla tela. Capire il senso di una trama solo ai titoli di coda. Lasciarsi essere, andare lontano. Concludere una metamorfosi, come la farfalla che, schiuse le ali con rapido gesto, si volta a guardare il corpo di bruco sullo stelo di un fiore nel prato di noi.

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Un autunno incantevole e un Curry di cavolfiore

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Adoro il cielo color carta da zucchero di Novembre, la luce tenue e fioca di metà pomeriggio, l’aria fresca e pungente tirata dal vento che muove le foglie gialle. Adoro l’arancio acceso dei cachi sui rami spogli e neri come la pece; questa pioggia incessante che batte sui vetri freddi. Amo l’autunno e amo più che mai questo autunno, per tutto quello che sta portando nella mia vita. Progetti e collaborazioni che non mi concedevo nemmeno di immaginare fino a sei mesi fa, o che spesso sognavo con le lacrime agli occhi. Amicizie nuove, intense, quando il mondo prima mi sembrava un sistema chiuso. Una nuova forza di affrontare i problemi, di essere vicina a chi mi è vicino, di cercare soluzioni creative dove non sembrano esserci uscite facili. E poi ci sono le gioie delle piccole cose: una coperta calda sul divano in due, un buffetto col naso su un nasino nero, un thè alla menta fumante. Cercare il significato preciso di una parola prima di scriverla sul blog, leggere tre libri contemporaneamente, tradurre il testo di una canzone. Svegliarsi presto per prendere il caffè con un’amica, i muffin che cuociono in forno, una zuppa calda con le verdure di stagione.

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A volte ritornano: il post senza ricetta

Durante questa lunga assenza dal blog mi sono successe alcune cose che devo proprio raccontarvi. Anche perché non si sparisce così, senza una parola, e durante questo periodo mi sono resa conto con piacere che c’è anche qualcuno che mi legge e che attendeva nuove da parte mia 🙂 Dunque, questi sono i fatti.

Partiamo da Aprile, quando ho frequentato un corso di food-writing interessantissimo, ma dagli esiti per me disastrosi: dovevo scrivere un post come esercitazione finale che mi è tornato indietro interamente corretto. “Cioè, scrivo così male?”, mi sono chiesta, irosa, triste, delusa e demoralizzata, e siccome oltretutto non sono affatto permalosa non ho scritto più nulla per tre mesi. Insomma, ho letto, seguito, preso appunti forsennatamente, mi sembrava di avere anche un mio stile: che cosa mi era mancato? Oggi credo di poter dire che è mancata la spontaneità: così ho deciso che pure se ho quattro lettori, se i miei discorsi non parano da nessuna parte e se a volte il mio italiano è discutibile, continuerò a scrivere come e se ne avrò voglia! Tanto che  la puntualità, la precisione e la frequenza di pubblicazione non siano il must di questo blog ormai s’è capito 😦

E questo mi porta alla seconda notizia che volevo darvi, la notiziona in realtà. Già sapete quanto ammiro le persone che si danno dei tempi e li rispettano, nelle loro faccende quotidiane come negli hobbies. Io ci riesco solo sul lavoro. In ufficio? Una macchinetta: precisa, affidabile, risolvo problemi, rispetto le scadenze. Eppure è un lavoro che non mi appassiona nemmeno un po’. Tristezza, forse è la parola giusta per descrivere il mio caso. Si può passare tutta la vita ad essere tristi, per carità.  Ma non sta nemmeno scritto nella pietra, se ci si pensa bene un attimo, e quando il microclima della multinazionale mi è diventato totalmente irrespirabile mi sono licenziata. Sì, in piena crisi, nella totale incertezza economica mondiale, mentre tutto e tutti invitano a non muovere un passo, mi sono lanciata dal dirupo e ho preso il volo. Per un immenso colpo di fortuna, mi sono lanciata con un buon paracadute e quindi non ho l’angoscia immediata di ritrovare un altro lavoro che non mi piace. Mi è stato fatto il regalo più bello che nella vita si possa ricevere: ho tempo. 

Ho passato i primi tredici giorni della mia nuova vita come sognavo da 13 anni: ho girato come una trottola in sella al motorino, ho preso il sole, sono andata al mercato di quartiere, ho frequentato un corso, ho fatto tardi la notte, rimesso a posto un po’ di foto, sono stata con la mia nonna. Non sono grandi cose, lo so, ma sono quelle che mi mancavano. E’ stato facile togliere la sveglia, disimparare a timbrare un cartellino, dimenticare le password. Più difficile sarà imparare a gestirlo, questo tempo. E poi dovrò scrivere il mio progetto, e poi realizzarlo: questo sarà ancora più difficile. Ma ho voglia e ho tempo… intanto mi godo l’inaspettato fresco di questa giornata, la pioggia fine, faccio un giro da mia madre, vado a riprendere la macchina dal meccanico, che finalmente sono riuscita a portarcela: e magari domattina preparo anche un piattino per voi, visto che oggi tante chiacchiere ma vi ho lasciato a bocca asciutta! 😉

Linguine cacio e pepe con asparagina e il vuoto creativo

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Fra tre ore devo partire e non ho ancora fatto la valigia, ma quando l’ispirazione chiama, chiama, e va seguita al volo. Vi raccontavo un paio di settimane fa di quanta poca voglia avessi di fare qualunque cosa in questo periodo, e scrivere e cucinare rientravano purtroppo per un colpo di coda fra queste, ma in questi giorni ho piuttosto capito che il circolo è più vizioso di quanto avessi  inizialmente creduto. Jep Gambardella nel mio film preferito diceva: “La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”. Io questa scoperta devo averla fatta a trentacinque, ma a volte ho la sensazione di aver tolto così tanto da essere rimasta con un pugno di sabbia in mano. E’ che c’è vuoto e vuoto, e qui sta il punto: c’è un vuoto di silenzi, di occasioni mancate, di cose che uno proprio non ne può più di fare, dal piegare vestiti a leggere la posta in ufficio, che è quel vuoto che ti fa chiudere i battenti in cucina e sul blog e non ti fa mai alzare in tempo – e felice- dal letto la mattina. E poi c’è quel vuoto che invece può essere la caldera di grande creatività, se vi arde il fuoco giusto: il carburante è la gioia.  Un’altra grande scoperta che ho fatto di recente è che la gioia si propaga per contatto, e non è allora un caso che sia qui a scrivere mentre aspetto di incontrare una persona fantastica, che mi ispira pace, benessere, grande voglia di fare. Dite che di persone così dovrei vederne più spesso?

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Anche perché mi ero data un obiettivo chiarissimo, semplice, cristallino: scrivere un post a settimana. Ma visto che ho fallito l’obiettivo alla settimana 1, ammetto che se scrivere fosse il mio mestiere, di questi periodi  morirei di fame. Tuttavia non lascerò morire di fame voi, e così oggi vi presento l’ultima fatica di casa Soul of Food, un piatto delizioso che coniuga la morbidezza di una ricetta toscana classica, la pasta con cacio e pepe, e la croccantezza dell’asparagina, la regina di questo mese. Perché va bene il vuoto, ma un piatto così non si può che provare a farlo… 🙂

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Tempo di esami. Torta banane e cocco

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Sono settimane particolari, queste. Sono settimane di bilanci e di decisioni che non avrei mai pensato di prendere fino a qualche mese fa. Seriamente dico, facendo il passo. Così, un passo dopo l’altro eccomi qua, in un’ attesa finalmente diventata serena di ciò che sarà esattamente come doveva essere. Ma sono anche settimane di incontri inaspettati, di opportunità da sviluppare, di nodi che si sciolgono. Di sorrisi e di colpi di fortuna. Di  me che finalmente mi rivedo bella, dopo essermi sentita così improvvisamente vecchia come a Settembre, che suonati i trentacinque mi sono sentita cadere il mondo addosso. Non sposata, non mamma, non carriera, non un sacco di cose, insomma. La vita può essere alquanto difficile, quando siamo dei giudici di noi stessi troppo spietati… e ora è tempo di esami. Ma quest’anno non poteva iniziare meglio: perché ho smesso di ragionare nella scatola, -non so se si dice anche in italiano, ormai ho preso una piega anglofona a tratti inquietante, but anyway 😛 – ho preso coraggio e finalmente ho iniziato. A mettere in discussione tutto un sistema, a comprendere che posso scegliere opzioni diverse, che di scritto nella mia vita non c’è altro che quello che decido di scrivere. Ad un attento esame di tanti aspetti della mia vita troppi sono stati trovati mancanti: è allora tempo di prendere coraggio, e di iniziare almeno a provarci, a cambiare qualcosa 🙂

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Scones all’uvetta con note a margine

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Ho vissuto momenti di grande ispirazione nella mia vita. Momenti di gioia pura e di grande fiducia, in me stessa e nelle possibilità che il mondo intorno a me poteva offrire. Ecco, questo Natale, con annesso Capodanno e rientro in ufficio non è stato esattamente uno di quei momenti. Credo di aver toccato il fondo assoluto della mia batteria interiore a Natale, a casa di mia nonna, mentre sedevo, scarmigliata e in ciabatte, in mezzo ai miei parenti, con la loquacità di un pesce rosso e la verve di un morto da tre giorni. C’è poco da fare in questi casi: quando uno è a terra bisogna che per un po’ si sieda. Il mio 2015 è stato un anno faticoso, controverso, e sono stata felice di salutarlo. Poi il terzo giorno dell’anno nuovo mi sono seduta qui davanti, senza scrivere nulla, e mi sono messa a pensare a cosa è cambiato in me da quando l’ho aperto, questo blog. L’ ho aperto in uno di quei momenti deliziosi della mia vita in cui io sorridevo al mondo e lui mi mi sorrideva di rimando: ritornare a scrivere era la gioia più grande che potessi regalarmi, in quel momento. Fin da ragazzina sono sempre stata una prolifica scrittrice: ho montagne di diari, che ho scritto da quando avevo 11 anni fino ai 28. A parte  che negli anni in cui sono stata fidanzata non ho scritto assolutamente nulla. Ops. Ci sono pagine bianche, buchi temporali nella narrazione della storia della mia vita perfettamente coincidenti alle mie storie d’amore più serie. Forse che un fidanzato,  in quanto amico e confidente, sostituisse in qualche modo la funzione del diario -annotare i fatti miei, gioie e paturnie, e poi trarne consiglio? O forse semplicemente non c’era nulla che ritenevo di dover essere raccontato o discusso tra me e me, in quei periodi? Come se qualcosa di me si fosse sospeso, sopito, o fosse andato a farsi un giro. Adesso, le narrazioni delle mie alterne singletudini non rappresentano alcun motivo particolare di interesse, e nemmeno le rileggo con piacere -magari fra vent’anni…- tuttavia il grande Why? mi ha tenuto sveglia qualche pomeriggio delle mie solitarie ferie post-natalizie. La lampadina mi si è accesa mentre portavo a spasso il cane: credo che il nodo della questione stia in un problema di deleghe. Nelle scelte che facciamo, o che non facciamo, o che facciamo fare ad altri per noi. Come quando lasci giù quel cappello che adori perché ti hanno detto che ti sta malissimo. Come quando dici “Scegli te, che a me va bene tutto”, ma non lo pensi fino in fondo. Come in un lavoro fisso, in cui non devi scegliere nulla, ma casomai ringraziare che ti abbiano scelto. Come quando lanci in aria una moneta, e trattieni il fiato in attesa di vedere qual’è la faccia che deciderà per te.

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Se soffia tempesta. Biscotti all’olio d’oliva con fiocchi d’avena e cioccolato fondente

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“Grosse nuvole gonfie, nere come la furia, coprivano il cielo, mentre fulmini possenti squarciavano il buio. La pioggia scrosciava sull’erba verde in fitte frecce, il vento ci scomponeva i vestiti, i capelli si appiccicavano al viso, alle schiene… così la tempesta ci entrava dentro. E quando ci siamo asciugati non eravamo più gli stessi.” Continua a leggere

To Vega with love. Muffin con miele, arancio e semi di papavero

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Mi piacciono le etimologie, e confesso che quando non le conosco ci ragiono e alla fine spesso me le invento. Così riflettevo sull’aggettivo “vegano”, fissando il soffitto dopo una lunga passeggiata domenicale. E pensavo a questo evoluto abitante di Vega che mangia solo vegetali. Lui si che ha capito tutto, pensavo,  figuriamoci se si intossica a tavola, lui, lui mangia solo cose sane e fa solo cose che lo fanno stare bene: un essere completamente felice, un pacifista, un cerchio perfetto. E chiudendo gli occhi mi sono persa nello spazio buio e infinito, puntando proprio là, tra milioni di stelle, verso la luminosa Vega. Il rientro sulla Terra è stato assai meno poetico, essendo infatti Vegan niente altro che la contrazione, i cui dettagli trovate qui, di Vegetarian. Ma cosa importava in fondo, l’importante era non perdere la magia. La magia del sabato appena passato, una giornata fantastica trascorsa insieme ad un gruppo di amici che condividono una passione per il buon cibo, la stagionalità, il territorio e le sue produzioni alimentari e che hanno voglia di parlarne, di confrontarsi, di unire esperienze e di sperimentare intorno ad un grande tavolo. Così abbiamo lavorato per quasi dieci ore, e alla fine eravamo stanchi, si, ma di quella stanchezza buona, che ti fa crollare nel sonno senza pensieri, con gli arti pesanti e il sorriso sulle labbra. Così ho sentito il potere positivo di quattro menti pensanti, unite da un progetto comune.  E così mi sono messa alla prova, fotografando con pochissima luce, che ovviamente doveva piovere, e ho imparato più cose sabato che in tre mesi nei quali ho preferito aspettare la luce buona. Si, sono tornata a casa quasi volando per la gioia sabato sera. Se l’astronave stesse decollando e la destinazione fosse Vega, sarei davvero entusiasta dei miei compagni di viaggio 🙂

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