Il cuore del problema e l’ossobuco al dragoncello

Che ne dite di questo ossobuco, a cui qualcuno ha mangiato il cuore prima che io potessi fotografarlo? Direttamente dalla pentola, a tre minuti dall’impiattamento, passa mio padre e se lo pappa, apologizzando poi con la mitica frase “Non avevo capito che dovevi fotografarlo…”. Ma del resto qual migliore e sottile metafora della vita è racchiusa in questo ossobuco: non sai mai quando e come ti porteranno via il cuore. Ho messo il mio cuore in un barattolo e l’ho spedito via. Molto lontano, in realtà, e vivo in attesa che me lo riportino. Oltretutto, sto passando un novembre pessimo, perennemente ammalata, con la sveglia a un orario da malati di mente, la ceretta non fatta, una testa che sembra un pavone, narcolessie pomeridiane e paralisi notturne: ma va tutto bene! Del resto ho imparato che in questi momenti in cui vorrei solo spaccare tutto la situazione non può che migliorare.

In questi momenti di psicodramma esistenziale non c’è miglior rimedio che provare a fare qualcosa di nuovo: allora ossobuco, cucinato per la prima volta e devo dire con eccellenti risultati. Morbido al punto giusto e saporito, cucinato in bianco con qualche foglia di dragoncello a regalargli un profumo unico.

Provate a farlo, intanto: alla prossima puntata, appena compro il forno, vi racconto di casa nuova e lavoro nuovo 🙂

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Arista panata al mais con verdure al forno e un’inverno che sa già di primavera

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Passeggiavo stamattina col mio cane quando sono incappata in un prato di viole fiorite. “Ma quant’è che non scrivo?” mi sono chiesta con un brivido. E’ passato un sacco di tempo, è vero. Del resto l’inverno è anche questo, gesti lenti, coperte calde, stirarsi sonnacchiosi in un freddo pomeriggio domenicale. Poi, inaspettato, è arrivato un sole caldo a svegliarci. Così si parte, anche se ancora un po’ in sordina, con i grandi progetti per la primavera. Perché la scuola è finita e non esagero quando dico che sono stati i due mesi più belli della mia vita. Imparare ogni giorno una cosa nuova ha ridato forma al mio tempo, che da ripetitivo e circolare è diventato lineare, denso ma allo stesso tempo fluido, in un gioco di tagli, profumi e parole che non scorderò mai. Lo scorrere della pasta sul dorso delle mani, la spumosità di una crema, il profumo delle spezie, le espressioni amiche. Il sorridere di un errore, riempire una sac à poche, comporre un piatto con arte e infine gustare le nostre creazioni davanti a un bicchiere di buon vino. Così ho imparato, sopra a ogni altra cosa, la Bellezza, e me la porterò sempre nel cuore.

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Pollo al curry

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Ammetto che in questi ultimi giorni ho dormito un po’ troppo e all’improvviso, tutta assieme, mi è venuta una gran voglia di fare. Così stamattina mi sono svegliata presto, ho fatto ordine, ho fatto una serie di telefonate che venivano ricopiate in agenda da un paio di settimane, ho preso appuntamenti, poi ho studiato e ho cucinato. Ed eccomi qui a scrivere, con gli uccellini che cantano sotto un cielo plumbeo che promette pioggia ma la disattende, mentre invita a indossare un maglione che è ancora troppo pesante per il clima di questi giorni. Pazienteremo ancora. Come per le vellutate, che ho tanta voglia di fare e di postare ma per le quali ancora non sono ispirata.

Oggi invece carne! Strano, vero, su questo che molti definiscono un blog vegano… ma io vegana non sono, anzi! Adoro il pollo al curry, col suo aroma intenso di spezie e quel sapore avvolgente, esotico, caldo. Poi questo mi è venuto particolarmente bene così non potevo che condividerlo 🙂 Ho fatto delle aggiunte personali che troverete nella ricetta: la pasta di curry, ad esempio, che avevo già usato qui, è un mix indiano di spezie come il curry in polvere, ma più piccante.

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Stagioni. Sformato di cavolfiore giallo e ricotta

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“Non si è mai troppo grandi per odiare il cavolfiore”, è il motto del mio compagno. Vi farei vedere la sua faccia quando apre il  frigorifero di questi tempi, visto che è inverno e questo passa il convento, come si dice: la trinità broccolo-cavolfiore-cavolo nero, con variazioni sul tema che vanno dal romanesco al cavoletto di Bruxelles, meno frequentemente il cavolo verza e se, ma solo se, sto davvero morendo di fame il cavolo cappuccio, che proprio non mi piace. Completano il panorama finocchi, patate e carote. E questo è quanto. Però ne ho trovato uno di insolitamente allegro, con questo giallo acceso che contrasta e combatte il grigio piatto di questi ultimi giorni di pioggia fine e incessante, e poiché l’arte di camuffare abilmente delle verdure invise in ricette appetitose torna evidentemente utile per tutte le età, ne ho fatto uno sformato 🙂

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La cucina di stagione, specie quella invernale, mi ha sempre affascinato perché richiede uno slancio di immaginazione superiore, e ritengo anche che si ottengano in questo modo i piatti migliori, perché il gusto di un ortaggio coltivato nel suo periodo di naturale crescita assicura per una buona metà la bontà del piatto. Sono stata generosa con la quantità di ricotta nel mio sformato, per non correre il rischio di dovermelo mangiare tutto da sola.. ma vi assicuro che qualcuno, dopo un iniziale tentennamento, ha chiesto il bis 🙂

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Sformato di cavolfiore giallo e ricotta

1/2 cavolfiore

500 gr. di ricotta di pecora

1 uovo

3 cucchiai di parmigiano

olio evo

sale

pepe

1 noce di burro

pangrattato

Tagliate il cavolfiore a cimette e sbollentatelo 5 minuti in acqua salata, quindi lasciatelo scolare 10 minuti. In una ciotola unite il cavolfiore, la ricotta, sale, pepe, il parmigiano, l’uovo  e due cucchiai di olio e mescolate bene il tutto. Imburrate una pirofila e foderatela di pangrattato, versate il composto e livellate con una spatola. Coprite la superficie con il pangrattato, una spolverata di parmigiano e una di pepe, un filo d’olio e dei fiocchetti di burro e fate cuocere in forno a 190°C per circa 30 minuti. Accendete il grill e fate cuocere ancora 5 minuti.

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Piano B. Fiori di zucca ripieni di ricotta e menta

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E dunque. Riflettevo, un pomeriggio di questi, caldo da raccapriccio, mentre mi stavo cimentando nella drammatica impresa di eliminare il pistillo di questi meravigliosi fiori di zucca, giunti freschissimi dall’orto di mio suocero. Con precisione da chirurgo, armata di bisturi e nessuna esperienza in merito, tentavo di aprire questi fiori chiusi, senza romperli, quindi di inserire al loro interno il bisturino per rimuovere il suddetto. Troppo Grey’s Anatomy, lo so. Ma erano così belli e non volevo rovinarli, anche perché li volevo ripieni e perciò dovevano rimanere interi.

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Come una maglione nero: carpaccio di salmone, finocchi e arance

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Da qualche anno sono l’addetta agli antipasti al gran cenone del 24. All’inizio inventavo qualcosa all’ultimo momento, con quello che c’era. Poi ho cominciato piano piano ad alzare il tiro. Quest’anno, complice il fatto che  l’asticella delle aspettative -com’era prevedibile-  si è notevolmente alzata, ho già tutto in mente. Mi presenterò a casa di nonna con la spesa fatta e mi piazzerò ai fornelli di buon mattino. Mi sono anche ripromessa di fare qualche scatto, se la luce e il tempo lo consentiranno, così da poterne pubblicare qualcuno al mio rientro: intanto però vi lascio questo, che può essere un ottimo sostituto alle odiose tartine burro e salmone! Questo è uno di quei piatti che sta bene con tutto,  nato in realtà come un pranzo leggero da ufficio, di quelli affastellati in un contenitore ermetico e infilato in borsa, ma con una degna presentazione e qualche crostino di pane buono potrete tranquillamente servirlo per  aprire la vostra serie di antipasti freddi di pesce.

Carpaccio di salmone, finocchi e arance

200 gr. di salmone affumicato

1 finocchio

1 arancia

olio evo

sale

pepe

Disponete il salmone in un piatto, tagliate a listarelle finissime il finocchio e fate a fettine un arancio sbucciato. Disponete il tutto secondo il vostro estro del momento e condite con olio, un pizzico di sale, pepe nero o meglio ancora pepe rosa, e, se riuscite a trovarne, qualche fogliolina di aneto.

Io me ne parto. Presi guanti, sciarpa, cappello, propoli, pappa reale, fazzoletti, burrocacao e crema per le mani me ne vado al Nord. Se riesco provo a non ammalarmi e a tornare prima di Capodanno!

Vi auguro di trascorrere un caldo, sereno e gioioso Natale 😀

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Tempo di coccole. Fesa di tacchino al latte e zucca al forno

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Questo piatto mi sa tanto di casa, di domenica.  Mi sa di coccole. L’arrosto al latte è un piatto che mi facevano spesso da piccola, e che a un certo punto non si è più visto. Complice forse la scoperta di una diffusa intolleranza al lattosio in famiglia, o forse è solo passato di moda, fatto è che non lo mangiavo più da tantissimi anni. Mi è tornato improvvisamente in mente una sera, quando, aggirandomi come spesso accade in stato semi-confusionale fra i banchi del supermercato, ho trovato la fesa di tacchino, un taglio che tra l’altro credo di non aver mai acquistato in vita mia.  Mi sono ricordata del coltello elettrico di papà, della padella coperta con l’arrosto già tagliato dentro, del profumo buonissimo di latte ed erbe aromatiche. Per la ricetta ho chiamato mamma, ovviamente, per scoprire poi che il suo era fatto con l’arista: vallo a capire, cosa ci dice il cervello 🙂

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