Guardando l’acqua da uno scoglio. Carpaccio di pesce spada con pesche e lavanda

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Quanto era facile tuffarsi in acqua quando ero bambina. Di testa, a bomba, a candela, quanto era facile, e quanto era bello!  Ci tuffavamo per ore, in file circolari, risalivamo gli scogli come granchietti e non ci scoraggiavano le nostre dita spiegazzate dal lungo ammollo, i graffi sulle braccia, le sonore panciate con risate annesse e nemmeno le urla dei grandi che dalla riva incitavano in coro a uscire dall’acqua. Quanto era bello lanciarsi dai muretti, quando sotto c’era papà a dirti: “Tranquilla. Ti prendo io.” Quanto era facile chiudere gli occhi e lasciarsi nel vuoto. E dietro applausi e risa, e: “Ancora! Ancora!”.

Darei tutto l’oro del mondo per tornare all’esatto momento della mia vita in cui gli scogli sono cominciati a diventare troppo alti, l’acqua troppo scura, la panciata troppo indecorosa. Quando ho realizzato che lanciarsi era un rischio troppo grande, perché sotto non c’era più nessuno a prenderti.

 Probabilmente se nell’estate del 2002, l’ultimo anno in cui mi sono tuffata di testa da una certa altezza, non mi fossi girata una vertebra nell’intrepido e agonistico gesto, forse non avrei maturato tutta una serie notevole di strizze. Chi può saperlo. Non sappiamo. Fatto è che sono qui, in attesa,  ferma sulla cima del mio scoglio a guardare l’acqua. Indecisa. Mi butto. Ancora no. Che diranno a riva. E se mi faccio male. Aspetta. No. Mi butto. No. Fammi vedere l’acqua. Ferma, in attesa, a maturare decisioni e indecisioni.

Se solo avessi una vera estate di tre mesi. Di quelle lunghe, come da piccoli, che sancivano davvero il passaggio da un anno all’altro, perché quando tornavi non eri più lo stesso. Sono sufficientemente persuasa, forse anche per il fatto che tanto il caso non si pone, che anche adesso sortirebbe un effetto strepitosamente catartico. Un’estate di quelle vere, che ti presenti  il 15 di Giugno e sbaracchi il 10 di Settembre, fra le lacrime, i saluti e gli arrivederci, gli scambi di mail e di foto col Bluetooth. Che ti svegli allegro e fai colazione con pane, burro e marmellata, che ti leggi 14 libri, fai la pennichella fino alle quattro e comunque poi diventi nero come il carbone. Che ti fai i cruciverba in comitiva, l’aperitivo in spiaggia, la grigliata a cena e poi vai a ballare, o giochi a carte fino alle tre. Che conosci persone, incroci traiettorie, ricavi ispirazioni. Che ti fai dei bagni di sei ore, e che se non è oggi è domani scopri la caletta che ti ispira e ti sfasci, finalmente, di tuffi…

Se passaste da me nella mia assolata casa al mare, oggi per pranzo vi offrirei questo carpaccio di pesce spada. In giardino coglierei due pesche e qualche fiore di lavanda, vi offrirei un calice di vino bianco e potremmo fare due chiacchiere e due risate. E poi via, verso il mare, che forse oggi potrebbe essere il giorno buono per tuffarmi, di testa, e non pensarci più 🙂

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Carpaccio di pesce spada con pesche e lavanda (per quattro)

300 gr. di pesce spada affumicato o marinato

1 pesca gialla

1/2 cucchiaino di fiori di lavanda freschi

olio evo

sale

pepe

Disponete nel piatto il pesce spada e guarnite con le pesche tagliate a cubetti, la lavanda, un filo di olio , un pizzico di sale e pepe.

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