Guardando l’acqua da uno scoglio. Carpaccio di pesce spada con pesche e lavanda

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Quanto era facile tuffarsi in acqua quando ero bambina. Di testa, a bomba, a candela, quanto era facile, e quanto era bello!  Ci tuffavamo per ore, in file circolari, risalivamo gli scogli come granchietti e non ci scoraggiavano le nostre dita spiegazzate dal lungo ammollo, i graffi sulle braccia, le sonore panciate con risate annesse e nemmeno le urla dei grandi che dalla riva incitavano in coro a uscire dall’acqua. Quanto era bello lanciarsi dai muretti, quando sotto c’era papà a dirti: “Tranquilla. Ti prendo io.” Quanto era facile chiudere gli occhi e lasciarsi nel vuoto. E dietro applausi e risa, e: “Ancora! Ancora!”.

Darei tutto l’oro del mondo per tornare all’esatto momento della mia vita in cui gli scogli sono cominciati a diventare troppo alti, l’acqua troppo scura, la panciata troppo indecorosa. Quando ho realizzato che lanciarsi era un rischio troppo grande, perché sotto non c’era più nessuno a prenderti.

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