Farina di castagne (parte seconda): gnocchi con funghi e salsiccia

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Come vi avevo anticipato la settimana scorsa, oggi con la farina di castagne facciamo gli gnocchi. Non li preparo molto spesso, più che altro per la pigrizia di lessare e soprattutto di sbucciare le patate bollenti, eppure è un piatto che mi da sempre una grande soddisfazione, e che nella sua semplicità si presta a miriadi di varianti e di interpretazioni personali. In questi gnocchi c’è dentro proprio tutto l’autunno che volge al termine: le castagne, i funghi, e un tocco goloso dato dalla salsiccia, giusto giusto per prepararsi alle feste 😉

Ma parliamo un po’ delle feste, queste sconosciute

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Eredità familiari e nuovi orizzonti. Patate riso e cozze: la tiella barese di nonna

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Quando starete leggendo probabilmente sarò già in viaggio verso la Puglia, l’amata terra di mia madre. Non è esattamente un viaggio alla scoperta, diciamo pure che è la quinta volta che vado a trascorrervi le ferie e che in generale ogni occasione è buona per farci un salto, ma che ci posso fare, io in Puglia mi sento a casa. Forse è il richiamo atavico delle mie radici materne, una certa non so come familiarità con quel mare, quel vento, quelle strade, ma so che ogni volta che ci vado mi sento bene, serena, calma, determinata, e ogni volta torno a casa con un sacco di idee e di progetti. Forse è l’effetto che fanno a tutti le ferie, in generale, ma non per me: la Puglia ha qualcosa di speciale. Eh si, molte fiammelle si sono accese negli anni, e molte purtroppo le ho lasciate spegnere al ritorno a casa, soffocate dalla routine e da una certa abitudine a scoraggiarmi abbastanza in fretta: così quest’anno parto senza aspettative, senza particolari attese di quello che sarà perché tanto so già che quando tornerò quello che troverò sarà un mondo tutto nuovo 🙂

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La cucina del riciclo: risotto con l’acqua del polpo

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“U purpu se coce cu l’acqua sua”, dice il proverbio. E che noi forse l’acqua la buttiamo? Ma certo che no! Quando avrete finito di condire la vostra bella insalata di polpo, con la sua acqua ci potrete fare un buon risotto. Il principio è molto semplice: non si butta via nulla! E’ così che voglio inaugurare questa nuova estate, con semplicità e zero sprechi 🙂

Ho scoperto di recente che non serve bollire il polpo, bensì potete adagiarlo direttamente sul fondo di una pentola con degli odori e farlo cuocere coperto a fuoco medio. L’acqua saporita e profumatissima che rilasceranno in cottura un paio di polpi di media grandezza sarà sufficiente per farci il risotto, che sembrerà, vi garantisco, a tutti gli effetti un risotto di pesce, anche se tecnicamente pesce non ce n’è!

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Stagioni. Gnocchi di fave su fonduta di pecorino

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Era veramente una vita che volevo provare a fare questi gnocchi. Non vi sto nemmeno a dire quante primavere ho lasciato passare senza mai decidermi. In tutta onestà l’ultima volta che avevo fatto gli gnocchi avevo 5 anni, ed ero con mia nonna. Io avevo l’ingrato compito di passarli sui rebbi della forchetta, perché di toccare l’impasto non se ne era parlato: mia nonna è tuttora un pochettino dittatrice con gli impasti in generale, se ti vede ad armeggiare poco energicamente ti scansa con una fiancata, a 80 anni suonati, e prende in mano lei la situazione… ma questa è un’altra storia 🙂 Insomma eccoli finalmente!! Gli gnocchi di fave. Una variante gourmand del più classico finger food primaverile, il pecorino con le fave: la parte noiosa consiste nello sgusciare le favette  lessate, ma devo dire che ne è valsa veramente la pena. Però non fate come me, spicciatevi a farli, perché fra poco non sarà già più tempo di baccelli e dovrete rimandare alla prossima primavera! Per la fondutina di pecorino mi sono affidata a degli esperti, gli chef de La Bottega di Stigliano, da cui ho acquistato un pecorino fresco delizioso: perché un segreto che non conoscevo è che per la fonduta il pecorino deve essere fresco!!

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Gnocchi di fave con fonduta di pecorino (per due)

300 gr. di fave sgusciate (circa 1 kg di baccelli)

125 gr. di patate lesse

11o gr. di farina

1 cucchiaio di Parmigiano

3 foglie di menta

sale

Per la fonduta:

50 gr. di pecorino fresco

70 gr. di panna liquida

10 gr. di burro

1 tuorlo d’uovo (opzionale)

sale e pepe

Lessate una patata con la buccia. Sbollentate le fave per 5 minuti in acqua salata, scolatele e privatele della pellicina esterna. Mettete le favette sgusciate in un mixer assieme alla menta e al parmigiano e  frullate per farne una crema. Sulla spianatoia, passate le patate tiepide nello schiacciapatate, aggiungete la farina e  la crema di fave e lavorate l’impasto. Staccate dei pezzetti, fate dei bastoncini e tagliate dei cubetti di circa un centimetro a cui darete la forma che preferite.

A parte, mettete a scaldare la panna e il burro, aggiungete poi il pecorino grattugiato e se vi piace un tuorlo d’uovo e mescolate con la frusta a mano fino a raggiungere una consistenza non eccessivamente densa.

Cuocete gli gnocchi in acqua salata, una volta a galla scolateli e conditeli con la fonduta, un pizzico di pepe e una fogliolina di menta.

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L’essenziale. Quinoa con crema di peperoni e calendula

IMG_2638Domenica pomeriggio sono andata a fare una passeggiata nel bosco per un corso sul riconoscimento delle erbe spontanee tenuto da Claudia, foodblogger bravissima che vi consiglio di andare a leggere ed esperta conoscitrice delle erbe spontanee sia sotto il profilo erboristico che quello culinario. Non la conosco ancora tantissimo, ma la prima differenza fondamentale che ho potuto notato tra noi durante il corso è che, catapultate in solitudine in un’immensa foresta, lei probabilmente sopravviverebbe diversi mesi mentre io morirei in 5 giorni. Il potere nutritivo, così come gli usi terapeutici delle piante che crescono in natura, senza alcun bisogno dell’intervento dell’uomo, sono aspetti che mi hanno sempre affascinato e che conosco ancora troppo poco, ma che sto cercando piano piano di apprendere. Se avrete occasione di frequentare un suo corso vi consiglio veramente di farlo: Claudia è competente, preparata e appassionata e soprattutto mi ha fatto riflettere. Cosa ci è davvero necessario? Pensavo al senso di andare al lavoro per avere i soldi per comprare vestiti per andare al lavoro. Pensavo al fondo pensionistico in cui sto versando dei soldi che mi verranno restituiti, a partire da quando avrò 70 anni, in 1080 comode rate mensili . Pensavo che ho 34 passwords ma non so mettere un bottone. Che senza ibuprofene durante il ciclo sono una donna perduta. Pensavo che ho soldi per pagarmi la benzina ma finisce che non riesco mai ad andare da nessuna parte. Che ho mille idee e niente in mano. Che lavoro da 12 anni ma non ho un mestiere. A volte penso che se continuo a rifletterci troppo finisco per uscire pazza. Oppure no? Cosa è veramente essenziale?   Continua a leggere

Spaghetti con pesto di rucola, ricotta e peperoni

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Da piccola sognavo di fare l’archeologa. Nella mia idea di chi sarei stata da grande, che mettevo quotidianamente in scena ogni pomeriggio, la mia vita si divideva fra lunghe campagne di scavo, in abiti kaki e cappellino con visiera, e periodici rientri in  facoltà, in tailleur e pila di libri sottobraccio, a tenere lezioni e conferenze. Così entravo in camera,  agenda e sussidiari alla mano e rossetto di mia madre sulle labbra, mi mettevo alla scrivania e iniziavo lunge dissertazioni e dettagliate relazioni su quanto fatto in campo, i risultati delle attività e poi aprivo la sessione di domande e risposte. Ovviamente si sentivano solo le risposte, perchè ero da sola. Non so mia madre che pensava, quali grandi speranze forse suscitava in lei questa figlia professoressa che organizzava ordinate classi di pupazzi di peluche. Tuttavia qualcosa negli anni non ha funzionato, mi sa: niente campagne di scavo, niente prestigiose cattedre americane, niente copertine sul National Geographics. Si, qualcosa è andato storto, direi, storto alla grande. Però la tuta kaki e il tailleur hanno continuato a convivere dentro di me, come i due lati di una stessa medaglia, adattandosi ai tempi e ai luoghi della mia vita. Così, mentre già occupavo un’anonima scrivania, mi sono iscritta all’università e nel tempo libero mi sono laureata. Riposti poi  i libri ho preso macchina fotografica, padelle e ho aperto il blog: non ho ancora deciso se questi siano la mia tutina kaki o il mio tailleur,  ma forse non devo nemmeno davvero decidere. Perché quando mi metto all’opera, vedo che cosa ho in casa di buono, penso a cosa farne, tiro fuori due padelle, il cavalletto e cerco la luce buona  io mi sento felice come quando in quei giorni lontani sognavo e giocavo a chi sarei stata da grande.

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Passaggio in Turchia: bulgur vegetariano speziato

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Ci sono profumi che sono indissolubilmente legati a luoghi, fatti e persone della nostra vita. Un particolare gel per capelli al mio primo bacio; un prodotto per la pulizia del legno al mio ultimo lavoro prima di quello attuale, duemila anni fa; il limone nella crema pasticcera alla mia mamma; il cumino a quel breve, intenso, passaggio in Turchia.

Ricordo con commozione la prima notte che ho passato a Istanbul.  Alle cinque, era ancora buio, i minareti hanno diffuso il canto dei muezzin per la prima preghiera del mattino: ho aperto gli occhi, mi sono affacciata alla finestra e ho ascoltato il canto in un’atmosfera magica… anche se poi mi sono riaddormentata quasi subito 🙂

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Istanbul è speciale. Non è solo per la bellezza della città, l’atmosfera da favola creata della sua architettura e la cordialità dei suoi abitanti.. Forse è l’idea di avere un piede in Asia, tanto che mentre attraversavo il Bosforo, in traghetto, continuavo ad avere questa visione epica di cavalieri al galoppo verso Damasco. Forse perché sognavo la Turchia da quando ero bambina, folgorata dall’Iliade e ancor più dal romanzo “La Torcia”, che ho letto, non scherzo, almeno venti volte e di cui -lo confesso- ogni tanto leggo ancora un pezzetto qua e la, che tanto lo so quasi a memoria 🙂

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Si, a Istanbul tornerò volentieri. Ho voglia di viaggiare un po’ e ho voglia di sole, tanto sole, senza il vento siberiano malefico di questa Pasquetta. Intanto, siccome repetita iuvant, venerdì scappo a Parigi per un rendez-vous primaverile con la mia amica futura chirurga. Poi vedremo.

Il piattino di oggi ha una nota orientale ma soprattutto è ideale per smaltire gli eccessi alimentari pasquali: è leggero e profumato e si prepara in poco tempo, che dire di più… un paio di cose, in effetti, o anche tre. Primo: il bulgur, se l’esotico vi scoraggia, è semplicemente grano spezzato. Siccome esistono almeno un milione di modi di cuocerlo vi consiglio di comprarne una confezione e seguire le istruzioni di cottura sul retro (il mio aveva 15 minuti di cottura, peso dell’acqua doppio rispetto al peso del bulgur). Secondo: si, lo ammetto, zucchine peperoni e melanzane non sono di stagione. E’ vero, mea culpa, ma c’avevo una gran voglia 🙂 E poi terzo: il cumino. Personalmente ho un rapporto molto conflittuale col il cumino per via dell’infinito numero di cous cous che ho rovinato: però se non lo metti se ne sente la mancanza, metterne troppo è di una facilità estrema e se ne hai messo troppo copre TUTTI gli altri sapori. Occhio, mi raccomando.

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Prove di primavera. Risotto alle viole

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Sabato mattina sono andata a cogliere le viole. Sapevo che il tempo sarebbe peggiorato e avevo assoluto bisogno di assaporare il primo soffio di primavera. L’aria tiepida, il prato fiorito, le prime timide gemme sugli alberi. Sotto le foglie morte, quasi fuori da un lungo inverno, la natura sembra stirare le sue membra, respirare forte, prepararsi a rinascere. Si, come la primavera, anche noi non potremo limitarci a sbocciare. Dovremo esplodere.

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Le viole sembrano farfalle posate sull’erba. Con un po’ di fortuna, pioggia permettendo, si potranno cogliere per tutto il mese, ma nel dubbio, intanto, ho colto queste prime violette dolci, profumatissime, le ho lavate e asciugate bene e le ho congelate, perché all’aria resistono un giorno solo: ne ho lasciata fuori solo una manciata, con cui ho fatto il risotto.

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Stagioni. Pesto di cavolo nero

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Inverno. Finalmente ha nevicato e io mi sono subito ammalata. Devo dire  anche che sono guarita in tempi record rispetto ad altre persone massacrate per settimane dall’influenza: insomma, una notte da Don Rodrigo con la peste e il giorno dopo stavo già decisamente meglio. Ora, vuoi che abbia preso una forma blanda, vuoi che abbia un fisico resistentissimo degno di studi scientifici, sia come sia una cosa la posso dire: non ho carenza di vitamine. Sto mangiando moltissima verdura, e sopratutto solo di stagione: non un pomodoro, non un peperone, solo chili e chili di cavolame, broccolame, radicchiame, finocchiame, ecc. Quando mangiamo un pomodoro a metà Febbraio dobbiamo avere la chiara consapevolezza di star introducendo nel nostro organismo acqua, in buona sostanza. Non molto più che acqua. Non fa male, certo, però è importante sapere che non fa nemmeno bene quanto potremmo supporre accingendoci a mangiare un’insalata estiva in pieno inverno. Continua a leggere

Vellutata di cavolo cappuccio rosso con crostoni alle noci. Ripartire.

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Non potevo saperlo. Quella mattina non potevo sapere che per tutta la settimana Parigi sarebbe stata così vicina, si sarebbe imposta alla nostra vista con tale violenza. Parlavo di gioia, di lunghe passeggiate e di dolcetti. Rimpiango la spensieratezza delle festività, ora la cerco negli angoli, nelle pieghe dei giorni. Ho sentito tante cose, ne ho ascoltate veramente troppe. Ora ho solo bisogno di silenzio, un mare di silenzio. Ho bisogno di pensare. Silenzio e colore. Ieri pitturavo i miei nuovi sfondi di legno per le foto del blog, e mentre pitturavo sognavo. Sognavo cose fra le vene del legno. No, non sognavo la pace nel mondo come le “miss-ochette” dei film: tuttavia sono certa che se ognuno in cuor suo conoscesse un po’ più di pace, di pace nel mondo ce ne sarebbe tanta, tanta di più. Continua a leggere